Elvira Mistress of the Dark

Come ogni persona sana di mente che si rispetti, posseggo una lista nascosta dentro una busta, in un doppiofondo del cassetto di camera mia che se viene aperto senza la giusta chiave (una penna) rilascia una benzina che brucia il foglio.

In questa lista ci sono scritte tutte le cose che fin da bambino mi sono ripromesso di fare. Tra queste, nei primi posti, appare, scritto con infantile grafia: terminare Elvira, la tettona del castello.Tutto cominciò un piovoso giorno di 17 anni fa quando, tra una puntata di Bat Roberto e una gara con me stesso alla pista Polistil, qualcuno mi portò 5 floppettini blu. Un gioco nuovo! Hurra!

Al tempo avevo sì e no 10 anni, e sentirmi il suono di una campana, seguito da un motivetto modern-orrorifico e un ululato, era qualcosa di assolutamente inquietante.

Purtroppo, dopo diverse ore di gioco muovendo il cursore a caso sullo schermo, mi resi conto che effettivamente il gioco era scritto in inglese. E che probabilmente in mezzo a quelle parole ci poteva essere la chiave per andare avanti. Nonostante tutto, ero riuscito ad arrivare parecchio lontano con il classico metodo del prova tutto con tutto, ed ero diventato anche piuttosto abile con i combattimenti. Purtroppo a quei tempi la pirateria era legale, e avere un gioco nuovo significava tirare il braccio del babbo e dirgli: “Baaa, andiamo da Giovagnoli in città a vedere i giochi nuovi?”.

I bei tempi in cui nessuno ti diceva: con il Mac non succede!

Qualche novità c’era sempre, ben evidenziata da una lista stampata con tanto di nome gioco, numero dischi e data di uscita (vendendo solo giochi copiati senza manuale, scatola o almeno una foto, non sapevo mai a cosa andavo incontro). Poter avere giochi nuovi ogni settimana a 5 mila lire significava anche abbandonarli dopo pochi giorni.

Per Elvira la cosa durò qualche mese, ma il ricordo di quel gioco inquietante non mi abbandonò, e, dopo essere cresciuto a forza di merdosissime merendine alla carota (le maledette Camille, probabilmente le colpevoli numero uno per i miei problemi di vista… diciamo numero due, dai), in anno Domini 2010 è arrivato il momento di rimetterci mano.

Maledette saghe!

Complice la ScummVM, l’installazione è risultata particolarmente facile e veloce, e, dopo essermi salvato tra i preferiti alcuni siti con soluzioni, mappe e ricettari (ti piace vincere facile?), insieme ad un amico altrettanto appassionato siamo entrati finalmente nel castello e… meraviglia delle meraviglie, scopriamo che c’è effettivamente una trama.

Noi impersoniamo infatti un banale ragazzaccio pagato dalla signorina Elvira per liberare il castello da tale Emelda, e grazie alla sua complicità nel crearci incantesimi tramite un libro di ricette (forse l’unico legame del gioco con la storia dell’omonima pellicola, tutt’altro che horror) comincia la nostra avventura. Ma qualcosa ci riporta alla giovinezza. Il gioco è infatti scritto tutto in americano, e nuovamente ci perdiamo il 20% delle frasi e dei significati. Così, con una mano sul mouse e l’altra sul dizionario, riparte l’esplorazione tra le varie stanze del castello.

Il gioco fortunatamente è invecchiato bene e il ricordo d’infanzia non viene tradito, anzi, cominciamo a capire che siamo davanti a qualcosa di veramente difficile dove l’esplorazione degli scenari è fondamentale per non dimenticarsi nessun piccolissimo oggetto che sappiamo si rivelerà prima o poi indispensabile.

Grazie alla velocità dell’emulatore morire non è più l’esperienza straziante che richiede 3 minuti per ricaricare il salvataggio precedente (durato altri 3 minuti) e condizionato da un paio di noiosissimi cambi di floppy, così, prima di ogni stanza o di ogni combattimento complesso, nulla ci vieta di fare un bel salvataggio veloce.

Sentire l’urlettino dell’avversario colpito non ha prezzo

Al momento siamo ancora molto indietro nel gioco, ma è bellissimo vedere come riaffiorino ricordi lontanissimi durante ogni partita:

– Mi sa che in quella stanza c’è un licantropo.
– Eh, ma in quell’altra c’è la vecchietta che gli devi tirare il sale.
– Se ti butti nel pozzo c’è la scenetta che muori annegato.
– Vuoi un tronky al cocco che a me fanno cacare?

Riuscirò a vedere finalmente il finale senza passare per il longplay (che coincide con l’allora: chiama l’amico di tuo fratello che l’ha finito)?

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