La bellezza del somaro


Se è dato di fatto che il grande cinema italiano è morto, non si può dire lo stesso delle commedie generazionali che da oltre 15 anni ci offrono il meglio e il peggio delle produzioni nostrane. Erano i tempi di Mery per sempre, quelli in cui per la prima volta si cercò di rappresentare l’Italia vista dal punto di vista del vero giovane italiano, quello che si droga e fa casino. Oggi di pellicole del genere ce ne sono un’infinità e la formula sembra rimasta vincente nel suo cercar di trasmettere un senso di appartenenza allo spettatore.

Ma dovremo sorbirci film alla Muccino, Özpetek ecc. ancora per molto?Ebbene sì! Nonostante qualche recente boccata d’aria fresca e le buone speranze che si possono riporre sul prossimo Moretti (che non tarderò a vedere e recensire), i produttori italiani continuano a credere e puntare sul genere che ha portato la nomea di cinema di sinistra a tutte le produzioni diverse dal cinepanettone.

“Cielo, vogliono proporci per un film serio, nascondiamoci nell’armadio!”

Anche La bellezza del somaro è un film di sinistra e come tale parla di problemi tra generazioni, di droga, di sesso, di pazzia e di “quantoeranomeglioinostritempi”.

Essendo un famoso millantatore e detrattore del cinema italiano non mi sarei mai aspettato di vedermi ben TRE film italiani in meno di un mese, e invece eccomi qua a raccontarvi di come un trailer ben fatto è riuscito a portarmi alla visione della pellicola.

Le premesse erano buone: Castellitto, la Morante, il sempre ottimo Giallini e un timido Jannacci lasciavano un buon margine di speranza, e l’idea di portar un po’ di assurdità al genere sarebbe stata ben accetta.

C’è anche lei, ma attento Silvio, è minorenne (ma solo nel film)

Purtroppo il film, pur trasmettendo interessanti sprazzi di follia, tende a razionalizzare ogni cosa con l’occhio clinico dello psicanalista e con lo “spiegone” dell’accaduto da parte dei personaggi.

Se da un lato la trama rimane adatta a tutti, dall’altro perde quel potenziale sprint che il concept poteva portare. La storia è infatti piuttosto curiosa: una simpatica famiglia ogni anno organizza una sorta di colonia per adulti dove invitare tutti gli amici più stretti, ma anche persone che potrebbero trovare giovamento dall’esperienza.

Ne esce un minestrone di culture, correnti di pensiero e ideologie stereotipate che più di una volta strappano un sorriso, senza però togliere peso al vero centro di gravità della pellicola: la storia d’amore tra la giovane (e minorenne) figlia dei protagonisti e un vecchietto acculturato e con la pace dei sensi raggiunta ormai da anni.

“Maccome? siamo noi i protagonisti?”

Il messaggio facile da cogliere è quello che nonostante gli italiani siano sulla buona strada per riuscire a tollerare le varie differenze tra le varie etnie, ci sarà sempre qualcosa di difficile da tollerare, in grado di segnare il passaggio di testimone tra una generazione e l’altra.

Da notare la colonna sonora, sempre azzeccata tranne nei due brani famosi d’oltreoceano che vengono sprecati in maniera quasi patetica

Nonostante la serietà della questione, il film cerca di rimanere sempre su note tragicomiche, senza mai esagerare, offrendo anche buoni momenti di cinema. Fortunatamente, quindi, non siamo ai livelli seriosi e da suicidio di mucciniana memoria, e il film si lascia guardare, cominciando ad annoiare però verso la metà, quando ci si aspetterebbe una soluzione brillante alla spiacevole scoperta dei due genitori.

Se vi colpisce il trailer potrebbere essere un buon passatempo, altrimenti evitate.

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