Non pensarci

Non è cambiato nulla dall’ultima volta che ho parlato di cinema italiano, anzi nel frattempo c’è pure stato un bello sciopero per i tagli alla cultura. Su questo tema sono state spese già troppe parole e mi dispiace che gli attori e registi per primi si lamentino perché lo stato non li tutela. Se qualcuno avesse una bella idea o un buon film in mente, difficilmente rimarrebbe senza finanziatori. Come per il paese, purtroppo, questo cinema non solo è in crisi, ma tratta sempre gli stessi temi: depressioni e situazioni senza via d’uscita.

I film italiani non lasciano la speranza. Valerio Mastandrea, fortunatamente, sì.Tra i primi che hanno riflesso il declino del paese nei propri film va menzionato Nanni Moretti, con il suo stile tragicomico, seguito poi attentamente da Gabriele Muccino, che ha lasciato un briciolo di speranza e ottimismo solo nel suo primo film oltre oceano, in cui aveva la possibilità di ancorarsi al “sogno americano”.

“Papà, in confronto all’Italia non siamo poi così poveri, quindi… mi paghi un corso di Karate con Jackie Chan?”

Se in questi film la crisi riguardava sempre la famiglia, la situazione si ribalta nei film ambientati al Sud, in cui la depressione tocca la mancanza di lavoro e il disagio giovanile.

Menzione speciale invece va fatta per il cinema emiliano romagnolo, spesso bolognese, in cui si tende a riprodurre all’infinito la rivoluzione sessantottina, evidenziando, in modo critico e polemico, le differenze tra il ceto elevato e quello povero, in cui l’unica vera nota d’interesse per lo spettatore è il rapporto dei personaggi con la droga e quelle nota di insana e un po’ malinconica ironia, il tutto narrato con un distacco paradossalmente coinvolgente.

Non pensarci è cinema in bilico tra tutte queste varietà, e, come tale, è infarcito di tutti i cliché di questi generi (se così possiamo definirli), quindi non lascia la speranza, parla di mancanza di lavoro e disagio, è carico di insana e malinconica ironia ed è narrato con coinvolgente distacco.

Il potere di questo film è quello di deprimerti a tal punto da lasciarti il dubbio che anche nella tua vita non ci sia speranza, ma, a differenza dei film di Muccino, questa pellicola è un po’ meno fiabesca e, pur non offrendo una soluzione, è meno lapidaria.

“Meno lapidaria? MA COME PARLI? LE PAROLE SONO IMPORTANTI!”

Inoltre, il cast è veramente ottimo, a cavallo tra la recitazione e la NON recitazione, grazie non solo alle interpretazioni ma anche ai dialoghi, talmente banali da risultare incredibilmente reali.

E poi c’è Valerio Mastandrea, uno dei migliori attori in circolazione, adatto a qualsiasi pellicola e sempre piacevole e divertente nei suoi personaggi disillusi e tristi che però, nella loro ingenuità, non smettono mai di sperare. Se le sue interpretazioni da un lato possono sembrare ripetitive, dall’altro accentuano la sua bravura nel trovarsi una maschera sempre adatta e piacevole, proprio come han fatto grandi attori come Moretti, Verdone o Orlando.

Un attore che “ruba” la scena agli altri!

La storia è piacevole e interessante: Stefano, musicista, si trova a Rimini per un concerto al Velvet (nota discoteca rock locale) e decide di andare a trovare la famiglia che abbandonò alcuni anni prima in cerca di un percorso artistico. Si ritrova così in una situazione disastrata in cui tutti fingono di avere il controllo, ma dove in realtà ognuno cerca di vivere giorno dopo giorno per paura di scoprire cosa accadrà domani. Difficile non immedesimarsi nei protagonisti.

Il film è molto bello e merita assolutamente di essere visto, sia dagli amanti dei film romani che di quelli filo bolognesi. Ancora più interesse dovrebbe suscitare nei romagnoli per le scene girate al Velvet, in centro a Rimini e al centro commerciale Le Befane.

Roma o Rimini? Forti indecisioni nella scelta della location

Un film che meriterebbe di essere proiettato nelle scuole con lo scopo di sensibilizzare i ragazzi verso un problema concreto, senza però prenderlo troppo sul serio.

Al film ha fatto seguito una divertente produzione seriale di 12 puntate incentrata sugli stessi avvenimenti del lungometraggio pompati all’ennesima potenza. Una vera rarità (e accenno di speranza) per il nostro cinema.

Deprimevolmente bello.

BONUS:
Una scena presa a caso dalla serie, tanto dove pigli, pigli bene:

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