Diario di un sopravvissuto – Cronache da un futuro senza Megaupload

Caro blog… khrlhlrhrlhr… sono nel bunker di Recensop… khrlhlrhrlhr… qui al momento tutto è tranquillo, ma là fuori la guerra ancor… khrlhlrhrlhr… per strada la desolazione… da quando è stato chiuso Megaupload, la vita moderna per come la conoscevamo non esiste più!

Caro blog… mi manchi!Il 19 gennaio 2012 passò alla storia come l’inizio della prima guerra mondiale telematica. Come ci si sarebbe potuti aspettare un epilogo del genere? Il giorno prima stavo guardando una puntata di Family Guy, e il giorno dopo… niente. I più grandi hacker del mondo non stettero a guardare e l’assalto a colpi di bit e righe di codice fu inevitabile.

Già da qualche mese nell’etere, nelle fibre ottiche e negli RJ45 si respiravano atmosfere pesanti… prima Wikileaks, poi Nonciclopedia, e infine Wikipedia: l’informazione condivisa sembrava urtare la sensibilità di qualcuno. Si parlò perfino di permettere l’apertura di blog solo agli iscritti all’albo dei giornalisti. Qualcuno disse pure che inserire trailer cinematografici nel proprio sito avrebbe richiesto il pagamento di una tassa.

Un posto dove i rischi si corrono anche senza raccogliere saponette sotto la doccia

Voglio essere sincero, pensavo fossero tutte cazzate. Cose al livello di clicca qui se non vuoi che ICQ/Messenger/Facebook diventi a pagamento. Ma mi sbagliavo.

Un clima del genere non poteva durare.

All’indomani della chiusura di Megaupload, partì la prima reazione. Crollarono, sotto gli attacchi hacker, i siti governativi dell’FBI, del Dipartimento di Giustizia… ma anche quelli di case discografiche e cinematografiche.

Fu solo l’inizio

Ben presto fu oscurata tutta internet: il rinunciare all’illegalità significò rinunciare a tutto. La rete era diventata ingestibile, i giudici in carne e ossa si videro costretti a processare dei nomi senza un volto, nickname di esperti programmatori impossibili da rintracciare.

Una volta giudicati colpevoli, cosa poteva cambiare? Non si poteva fermare un ideale, un modo di pensare. La guerra mediatica in breve si trasformò in guerra santa. Il popolo insoddisfatto insorse. Ma le armi più potenti erano nelle mani degli oppressori: la strage fu inevitabile.

La prima bomba fu lanciata in oriente, aumentando a dismisura i costi degli hardware. La seconda in Italia, limitando non di poco la distribuzione di materiale illegale.

Oggi di quello che era Internet non è rimasto praticamente nulla, solo qualche frammento di memoria dei primi tempi: gli amici conosciuti su ICQ, le partite a Diablo su Battle.net, un panzone che brandiva una scopa come fosse una spada laser, i primi timidi filmati pornoamatoriali trafugati, e l’illusione di poter aumentare la propria virilità.

Forse in quel periodo l’uomo era divenuto più debole, meno preparato ad una guerra non comandata da un gamepad o da un mouse. Un BOOM! HEADSHOT! nella realtà non permette repliche. Se ho ancora la possibilità di scriverti, caro blog, è solo perché ho guardato avanti ed ho visto il vuoto, un mondo dove la speranza di uscire di casa e tornare a giocare tra le 127 o a passare i pomeriggi guardando Bim Bum Bam sembra inattuabile e nemmeno tanto allettante.

Il povero Uan prima della decapitazione degli estremisti

I Maya non c’entrano: la nostra Atlantide è affondata per colpa nostra. Abbiamo indossato l’anello del potere e ci è stato tolto. Ora non ci resta che cercare la nostra Valinor.

“…tornò nell’acqua, sparì Atlantide…”
Tratto da Le memorie di Coccinella

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