Dylan Dog: Attraverso lo specchio


Ti piacciono le riviste di meccanica?
Hai paura della morte?
Vuoi bene a tua madre?
Ti dice niente il nome Simulmondo?

No, non ho preso le droghe di Morgan. Per introdurvi questa non facile rubrica quale miglior metodo se non un test psicologico come quello dei tre giorni?Ebbene, se non vi piacciono le riviste di meccanica, se non avete paura della morte intesa come uno scheletro che parla e gioca a scacchi e se quella donna che trombavate nei sogni si è scoperto essere vostra madre, allora avete bisogno di uno psicanalista. Oppure siete Dylan Dog. In entrambi i casi avete bisogno di uno psicanalista. Se Simulmondo non vi dice niente allora andate all’inizio e informatevi!

Anvedi ‘sto sciupafemmine…

INIZIO (non l’avrete mica cercato in cima al post?): Simulmondo è stata il vanto d’Italia per una decina d’anni, l’orgoglio bolognese prima che Giovanni Rana ne rubasse il titolo (che poi Giovanna Rana è veneto, ma i suoi tortellini si fanno chiamare bolognesi… e noi che ci lamentiamo che in Cina fanno il made in Italy). Simulmondo, in soldoni, è stata la più grande casa di videogiochi italiani degli anni 80/90, sfornando centinaia di titoli, accarezzando tutti i generi e rischiando anche pionieristiche strade (I Play: 3D Soccer è stato uno dei primi giochi di calcio in 3D per Amiga e in assoluto il primo gioco del genere dove si impersonava un solo calciatore, roba da galleria d’arte moderna). Il suo storico fondatore, Francesco Carlà (chi non l’ha mai sentito nominare?) era riuscito addirittura a rendere ancora più sedentario il gioco delle bocce, trasformandolo in un videogioco.

Va bene che controllo un solo calciatore, ma gli altri è normale che stiano fermi?

Nonostante titoli che girarono il mondo come MILLE MIGLIA, l’unico motivo per cui si trova ancora qualcosa nascosto nella rete è lo sfruttamento, a quel tempo rara cosa, di nomi importanti del panorama fumettistico italiano.

Tra i titoli della Simulmondo troviamo svariati capitoli di Tex, Diabolik e, sopratutto, Dylan Dog. Stiamo parlando infatti dei primi anni ’90, periodo in cui l’indagatore dell’incubo andava talmente forte da meritarsi per diversi anni una fiera tutta sua, il Dylan Dog Horror Fest, a cui parteciparono anche registi e attori di un certo livello (pure Robert Englund); periodo in cui uscì Dellamorte Dellamore, forse l’ultimo capolavoro dell’horror all’italiana, ispirato all’ispiratore di Dylan Dog e con l’ispiratore del volto di Dylan Dog nei panni ispirati del protagonista.

Anna Falchi nell’unica scena vestita

Beh, fatto sta che in quel periodo Dylan Dog era un po’ l’eroe nazionale e che lo si volesse o meno, non era possibile rimanere impassibili a tale fenomeno (avevo 10 anni e per la prima volta comprai l’albo IL BUIO, forse uno dei più inquietanti. Non lo lessi prima di un paio d’anni ma ormai mi ero già recuperato tutti gli albi precedenti, perché avere una tale collezione faceva troppo figo!). Uscirono allora una ventina di videogiochi da edicola, dei mezzi platform con qualche piccolo rompicapo in cui dovevi prendere questo per fare quest’altro.

Azione a go-go

Gli episodi erano cortissimi, niente che non si finisse in un oretta di gioco, sopratutto una volta presa la mano con il sistema di gioco (più da brivido del gioco stesso). Il capitolo più apprezzato e meglio elaborato fu GLI UCCISORI, che uscì nei negozi di videogiochi e (credo) fu distribuito anche all’estero per C64, Amiga e piccì. Il vero tentativo di fare un salto di qualità però avenne con ATTRAVERSO LO SPECCHIO, una sorta di esperimento di Pop Art videoludica. Questo gioco, una strana via di mezzo tra un punta e clicca e un’avventura in prima persona, sfruttava tanti volti visti nel fumetto, qualche leggenda popolare, un po’ di letteratura e mischiava tutto in un calderone ambizioso. Il risultato fu un gioco carico di fascino e di citazioni, ma assolutamente terribile da giocare senza una guida. Il sistema ti permetteva con diversi meccanici e poco intuitivi click del mouse di interagire con le persone presenti nella stanza, ma anche di far passare il tempo spostandosi in un’altra location o rimanendo nella stessa. Se si andava in un posto senza un’informazione necessaria alle indagini o se si andava nel posto sbagliato, una bella vignetta rappresentante lo sceneggiatore ci faceva capire che avremmo dovuto rifare tutto da chissà quanti passaggi prima.

Un volto noto per gli amanti di DyD. Un personaggio inedito per il gioco. Einstein per tutti gli altri.

Adoravo questo gioco, forse per quel calore casalingo, tra facce e dialoghi visti e rivisti negli albi. Ne adoravo anche la ripetitiva colonna sonora. Ma, purtroppo, il gioco è invecchiato male e, colpevole sopratutto il sistema di controllo e una colonna sonora che oggi mi sembra più martellante di un rave party, tutta la poesia è svanita e un bel ricordo d’infanzia se ne è andato. Perfino la storia, che non ha nulla a che fare con l’omonimo albo, a quel tempo sembrava completamente in linea con lo stile dei fumetti, ma oggi puzza di pacchiano e sembra scritto da un novellino con la passione per Lovecraft. Solo graficamente il gioco è rimasto impeccabile, sopratutto se si considerano i mezzi e l’assenza di disegnatori della Bonelli originali.

Per oggi è tutto, ma cari amici dylaniati non temete, nei prossimi giorni parlerò anche degli altri due titoloni su Dylan Dog che non sono passati per la Simulmondo.

Sì, esatto, vi ho appena fatto uno spoiler incredibile
This entry was posted in #fumetti, -incubi di giochi, amiga, anna falchi nuda, dylan dog, giochi italiani, informatica, lancil9, punta e clicca, retrogaming, retrogiochi, rupert everett, simulmondo, videogiochi, videogiochi anni 80 and tagged . Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.